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Il Santuario di Santa Maria del Sasso: uno scrigno di capolavori

Il primo documento che parla di Santa Maria del Sasso è del 1348, qui si narrano i fatti avvenuti un anno prima, quando il romito Martino, camaldolese, costruì una cappellina laddove il 23 giugno del 1347 apparve, ai piedi di uno scoglio, la Vergine Maria. (Cfr. Giorgio Innocenti, “Cronache di Bibbiena e del suo territorio fino al 1861”, edizioni Fruska, Bibbiena, 2014).

Da allora questa piccola parte del nostro territorio, consacrata a Maria, fu testimone di molti eventi miracolosi: i baccelli pieni di sangue donati dalla Madonna ad una fanciulletta che con la madre si era recata presso la Vessa a lavare i panni; i globi di luce azzurrognola che in più periodi si manifestarono ai Bibbienesi ed ai pellegrini che vi si recarono per osservarli ; la processione degli angeli che ancora oggi è ricordata nella processione annuale; il prodigio della Madonna del Buio che donata dai Frati, il 22 marzo del 1512, alla chiesa dello spirito Santo in Bibbiena nottetempo se ne tornò camminando nella neve nella propria sede accanto al Sasso di santa Maria.

Nella prima metà del quattrocento il Vescovo di Arezzo affidò la chiesa ai sacerdoti di Bibbiena fino a quando Lorenzo di Silvestro Nuti, pievano di Bibbiena, ne concesse il governo a un gruppo di padri domenicani che per volere del Venerabile Girolamo Savonarola furono ivi trasferiti dal convento fiorentino di S. Marco. Il piccolo ospizio domenicano così formato venne trasformato in convento nella primavera del 1495 e contava ben ventidue frati residenti.

Ebbe così inizio l’ampliamento del complesso conventuale che allora era composto dalla chiesetta da uno spedale e da un loggiato. Fu edificata una nuova chiesa sotto la supervisione di Giuliano da Maiano, un edificio ad uso di convento con due dormitori, un chiostro con annesse officine, i lavori che hanno dato esito all’assetto architettonico attuale si protraggono fino al 1539 (Cfr. Antonio Mariotti, Il Santuario di Santa Maria del Sasso a Bibbiena, in “L’età del Savonarola, Arte e devozione in Casentino tra ‘400 e ‘500”, a cura di Luciana Borri Cristelli, Marsilio, Venezia, 1998).

Il Santuario domenicano divenne così un centro di vita domenicana importante per lo studio, la formazione, predicazione e diffusione del culto mariano.

Le tristi leggi eversive dei primi dell’ottocento allontanarono i religiosi, che vi poterono ritornare solamente nel 1873. Dalla stessa data anche i novizi, gli studenti e gli alunni della Scuola Apostolica furono trasferiti a Santa Maria, dove rimasero fino al 1909. Da allora ad oggi il convento ha contato annualmente pochi frati residenti.

Il 5 novembre del 1927 giunsero al Santuario sedici monache domenicane che dal Monastero di San. Domenico a Lucca portavano un’eredità di oltre quattro secoli di storia. La comunità monastica, la cui presenza è stata ed è particolarmente significativa per il Santuario, ha portato nel Santuario una grande dote spirituale, documentale ed artistica oltre ad scuola secolare di artigianato. La comunità aveva una tipografia, alcuni telai per tessere le stoffe, una scuola di ricamo, miniatura ed arti applicate. Non dimentichiamo infatti che molte monache appartenevano a famiglie nobili o comunque agiate ed avevano un livello di istruzione molto alto rispetto ai canoni dell’epoca.

Il complesso architettonico di Santa Maria del Sasso a Bibbiena ad oggi comprende il Convento dei frati con annessa foresteria e il Monastero delle Monache domenicane, oltre ad una chiesa superiore, con annessa Cappella di S. Domenico, una cripta e una chiesa inferiore. All’interno di questo è quindi custodito uno straordinario patrimonio di opere d’arte collezionate o addirittura prodotte nei secoli dagli stessi religiosi residenti. Uno scrigno di capolavori delle arti cosiddette “maggiori” (statue e dipinti), ma anche di numerose testimonianze di arti “minori” (alto artigianato). Tra queste ultime si colloca la produzione delle effigi dei Divini Infanti, ovvero i Bambinelli, splendidi oggetti di alto artigianato, che contraddistingue da secoli la comunità monacale di clausura.

La consuetudine di realizzare simili manufatti in terracotta cera o cartapesta, mediante appositi stampi (tuttora conservati ed utilizzati presso il convento), sembra derivare dall’area lucchese, ed è una caratteristica della vita delle comunità conventuali femminili a partire dal XVII-XVIII secolo. All’interno della clausura, tra gli altri lavori necessari al sostentamento del convento, le suore dedicavano parte del loro tempo alla produzione dei Bambinelli, sia per le pratiche religiose del santuario, sia come oggetti da vendere o, piuttosto, donare alle persone esterne in cambio di offerte.

La realizzazione dei Bambinelli, comunque, assumeva significati più profondi e simbolici: ad esempio, la cera che si utilizzava era l’avanzo del cero della Pasqua appena trascorsa (a significare che Cristo, luce del mondo, è nato, morto e risuscitato per la salvezza dell’uomo); i capelli – veri – apposti alle statue, invece, erano quelli che le giovani professe si radevano al momento di entrare in convento, dichiarando così la propria rinuncia al mondo – all’essere spose e madri – e la volontà di “gestare” in sé un Figlio diverso.

Le suore realizzavano anche le splendide vesti che ornano tuttora i Bambinelli, con ricami preziosi e raffinati, talvolta utilizzando antichi tessuti sacri in oro, argento e seta.
La produzione dei bambinelli di Santa Maria del sasso affonda le radici nel cinquecento con i primi bambini in carta decorata per poi passare a quelli in terracotta, pratica descritta e testimoniata dalle Cronache del monastero fin dal 1601.

Ad oggi sono conservati in monastero una decina di bambinelli ed ancora vengono realizzati con gli stampi seicenteschi. La produzione contemporanea è significativa anche per il lavoro di Suor Petra Giordano, madre priora del monastero, morta nel 2006, della quale è in atto il processo di beatificazione. Suor Petra si occupava specificatamente del corredo dei Bambinelli che ancor oggi recano le vesti da lei ricamate.

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